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Allarme estinzione!
Il WWF è preoccupato: un’altra razza è in via di estinzione e non sembra che ci sia un modo per bloccare la rapida moria dei suoi rappresentanti. Si tratta dei giornalisti. E’ ormai scomparsa la razza del giornalista colto com’era Gianni Brera, del giornalista poeta come Franco Valeri, del giornalista intellettuale come Sandro Ciotti. Questa preoccupante evoluzione sembra essere dovuta alla fusione del mondo della carta stampata con quello della televisione e alla spettacolarizzazione sfrenata generata da questa collaborazione creando ibridi che, incrociando le due specie, accellerazione l’estinzione del giornalista puro. Accade così di vedere esemplari di giornalista modello come Ivan Zazzaroni già pronto per le passerelle di Milano, esemplari di giornalista Lino Banfi come Franco Ordine, che sarà sicuramente scritturato come successore dell’attore barese, esemplari di giornalista ultras come Giampiero Mughini che fa appena in tempo a scappare dalla curva dei tifosi juventini per firmare presenza a Controcampo. Il preoccupante fenomeno investe anche i giornalisti telecronisti, scomparsi i vari Ciotti e Martellini, solo Sky sembra essere riuscito a rimpiazzarli adeguatamente, mentre la Rai è diventata casa di pseudocronisti che spesso non sanno chi sia una giocatore e in quale ruolo giochi. La7 invece ha provato a far riprodurre Pizzul con i pessimi risultati di un telecronista-pensionato che riesce a confondere Ferrari con Mexes (effettivamente molto simili). La spettacolarizzazione ha portato poi alla ricerca dello scoop a tutti i costi anche quando non c’è stravolgendo le interviste ad uso delle notizie ad effetto, ha portato a cavalcare l’onda del momento portando a scrivere tutti contro la Juventus con calciopoli e tutti contro l’Inter quando è diventata antipatica perché l’autonomia giornalistica non paga, ha portato a scrivere in modo tale da creare false convinzioni alle persone come quando si fa credere che Valentino Rossi sia un privilegiato e che abbia ottenuto vantaggi del Fisco che altri non potrebbero avere. Ormai la strada è segnata, non c’è rimedio, i giornalisti si estingueranno.
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Si è dimesso!
Ormai era nell’aria. Le dimissioni erano inevitabili. Eppure le premesse per fare bene c’erano tutte. E’ vero si partiva da un’eredità difficile, una situazione finanziaria pessima, ma era difficile fare peggio di chi lo aveva preceduto, da chi gli aveva lasciato un’eredità pesante e difficile da cancellare. Lui poteva essere l’uomo giusto per portare serenità, per far risalire la china, per dare dopo tanto tempo stabilità e miglioramenti nel tempo. Tutti si aspettavano grandi cose da e lui ha lavorato: ha costruito una squadra sicuramente eterogenea, ma in apparenza solida e che offriva ampie garanzie per raggiungere gli obiettivi che si era preposto e che facevano ben sperare. E così, tra le critiche di chi non approvava la sua politica di risanamento, tra gli altalenanti risultati ottenuti, è andato avanti cocciuto per la sua strada convinto di poter far bene nonostante tutto e tutti. Ma si arriva in un momento in cui è inevitabile gettare la spugna. Quando qualcuno inizia a non credere più nel tuo progetto, quando i senatori perdono la saggezza che dovrebbe contraddistinguerli per voltarti la faccia e remarti contro, quando anche chi era con te ti sfiducia platealmente, allora in quel momento si scrive la parola fine, ci si alza, si prende il cappotto e si capisce che la sfida è persa. E così è andata. Salvatore Campilongo si è dimesso: non è più l’allenatore del Foggia.
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E che sia un felice anno
Buon anno a tutti!
Buon anno ai tifosi dell’Inter con l’augurio di ripetere tutte le vittorie degli anni 90, buon anno ai tifosi della Roma sperando che a Madrid possano essere al settimo cielo come a Manchester, buon anno ai tifosi juventini con l’augurio di un pronto rientro di Boumsong, auguri ai tifosi del Milan sperando che dopo Kakà e Pato (per i baresi Peto) il loro presidente compri anche Puzzetta, auguri ai tifosi della Lazio con l’augurio che Lotito faccia altri acquisti di spessore come Vignaroli per rinforzare la squadra, auguri ai tifosi del Napoli sperando che Lavezzi e Zalayeta non decidano definitivamente di seguire la Cagnotto e cambiare sport. Tanti auguri ai tifosi di tutte le squadre, di serie A, di serie B, di serie C e delle serie inferiori. Auguri a chi ama il calcio, a chi ama il fantacalcio, a chi ama scudettoweb, a chi ama lo sport vero, il sudore, il divertimento. Auguri a chi sa vincere e a chi sa perdere, auguri a chi non si dimentica mai che il calcio è uno sport, è gioia, è allegria.
Per ultimi, ma non come importanza, auguri ai tifosi della Fiorentina, auguri a Cesare Prandelli: mister non avrai passato delle belle giornate, non potevano essere per te delle feste come non potevano esserlo per te, auguri di un anno nuovo che porti a te e a tutti quelli che hanno subito un dolore così grande, così immensamente terribile da sopportare, di un 2008 che porti un pizzico di serenità, un po’ di forza per continuare a vivere per onorare la memoria di chi ci guarda da lassù, di chi sa quando è importante la vita.
Mike75
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Tiri Mancini
Domenica 16 dicembre 2007. Roberto Mancini si sveglia, si alza dal letto, si fa il caffè. Legge il giornale, va su internet. Si collega a www.scudettoweb.com, scopre che il suo avversario ha messo in campo Cesar e Materazzi, decide quindi di tenerli in panchina contro il Cagliari per non rischiare di perdere. Spegne il computer, prepara la colazione, la porta a letto a Ibrahimovic. Squilla il telefono, è Adriano che lo avvisa del suo imminente ritorno a gennaio, pronto a rientrare in campo. Saluta il brasiliano e telefona all’Hollywood, avverte che il brasiliano sarà lì tra un mese e chiede di organizzare una festa con tante ragazze. Chiude e fa una chiamata anonima a Novella 2000, facendo la soffiata per far beccare Adriano ancora una volta in atteggiamenti fuori luogo. Chiude ed è soddisfatto, il brasiliano è di nuovo sistemato e potrà tenerlo fuori qualche altro mese senza problemi. Poi si fa ora della partita, la sua squadra scende in campo, non c’è nessun italiano, quasi tutti stranieri, quasi tutti argentini. Mancini segue la partita, si agita, sbraita, non è soddisfatto. Finisce il primo tempo è pareggio, ma ci sono ancora novanta minuti, novanta minuti che possono cambiare definitivamente una stagione, novanta minuti per arrivare bene alla fine dell’anno. La partita riprende, è combattuta, ma c’è troppa differenza tecnica, non può finire in parità e infatti non finisce così. Due goal di scarto, potevano forse essere di più, ma basta così. Roberto è triste, la sua squadra ha perso, il Boca non ce l’ha fatta, il Milan ha vinto. Mancini sorride, in fondo non è poi così male: i rossoneri hanno vinto la coppa del torneo dell’amicizia! Almeno ora la finiranno di dire che solo l’ Inter vince inutili trofei come il Moretti o il Tim: ora lui vince gli scudetti e Ancelotti le coppettine, la ruota ha finalmente girato. Mancini, si sistema il ciuffo ed esce, è ora di andare, il Cagliari lo aspetta.
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Un pareggio scarmantico
Essere presidente di una squadra non è mai facile. Se poi questa squadra lotta per la salvezza, bisogna ingegnarsi, bisogna trovare tutti i modi per vincere. Poi c’è la scaramanzia, quella che nel mondo dello sport e dello spettacolo è diffusissima, come se bastasse cambiare un abito, cambiare posizione allo stadio per arrivare alla vittoria. Aldo Spinelli, presidente del Livorno è celebre tanto per il suo senso del risparmio genovese, quanto per le discussioni con Cristiano Lucarelli e le dispute con i suoi allenatori che difficilmente riescono a completare un’intera stagione al suo servizio. Spinelli cambia i giocatori, cambia i mister, ma non cambia mai il suo impermeabile giallo: estate o inverno, caldo afoso o freddo polare, non si separa dall’artefice delle sue vittorie ed inspiegabilmente non ha sotto contratto Ulivieri, allenatore con la sua stessa mania, ma con un indumento più ingobrante d’estate: un cappotto blu. E’ stato per questo che Massimo Cellino, presidente del Cagliari, che ha in comune con il suo parigrado del Livorno l’esonero facile, si è dovuto inventare una risposta per contrastare l’esagerata fortuna dell’amuleto di Spinelli. Cellino non cambia mai posto allo stadio, ma è troppo poco contro il pericolo giallo del presidente del Livorno. Allora cosa fare? Cellino scopre un inquietante particolare: il pallone ufficiale del campionato, Aerow II, è giallo e viola. Quale peggiore combinazione di colori! Quello preferito di Spinelli e quello che per antonomasia porta sfortuna! La vittoria diventa impossibile e allora il presidente del Cagliari si ingegna (e per questo rischierà quanto meno una multa): ripristina di sua iniziativa il pallone bianco e rosso e si siede al suo solito posto allo stadio. La conclusione? I portafortuna si annulla a vicenda e la partita finisce in pareggio. La domanda per Cellino e Spinelli nasce spontanea: non sarebbe più facile allestire squadre decenti per salvarsi, piuttosto che ricorrere alla scaramanzia? Ah no, dimenticavo, quest’ultima è gratis! Quest'articolo è attualmente pubblicato su www.scudettoweb.com
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Forza Sergio!
Metà anni ottanta.
Click.
Accendo la tv.
Vado a vedere il telegiornale della mia città, Lecce. Attendo con ansia l’arrivo delle notizie sportive.
Rimango colpito dalla voce del giornalista, con la erre un po’ moscia, ma differente da quelle che sento ogni giorno nelle tv locali di cronisti improvvisati che spesso fanno quel mestiere per hobbie, che spesso si limitano al minimo indispensabile.
Sergio Vantaggiato è un gran professionista, cura i servizi nei minimi dettagli, va a scovare le curiosità che gli altri non sanno, fa il suo lavoro con passione, ha lasciato la cronaca per passare al calcio, al suo Lecce, alla squadra che seguirà per tutti gli anni che verranno.
Sergio diventerà il simbolo del giornalismo salentino, il punto di riferimento per chi ama il calcio, per chi ama il Lecce.
Si inventa una rubrica all’interno del telegiornale, fa le radiocronache del partite, segue la squadra 365 giorni all’anno, si distingue per la sua serietà, per la sua pacatezza, per la sua obiettività, per il suo saper fare il giornalista (diventerà anche corrispondente di Repubblica).
Ed io, che ho due passioni in comune con lui il giornalismo e il Lecce, sogno di ripercorrere la sua strada, di fare quello che fa lui, di rubargli un giorno il posto, perché è il lavoro che vorrei tanto fare nella vita.
2007.
Click.
Accendo la tv.
Vado a vedere il televideo, leggo di te Sergio, leggo che eri a Parigi, leggo che ti hanno scippato, leggo che hai reagito, leggo che sei caduto, leggo che sei in coma.
Svegliati Sergio, svegliati, non voglio più rubarti il mestiere, quello è il tuo lavoro, è il tuo posto, è il posto che ti sei conquistato nel cuore della gente della tua città, è il posto che sarà sempre tuo.
Non puoi e non devi morire a 41 anni, devi vincere, devi vincere per noi.
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La ciliegina sulla torta
Troppi giovani. Squadra inesperta, attacco spuntato, indebolito. Queste erano le definizioni che venivano affibbiate alla Fiorentina: partito Toni non era stato adeguatamente sostituito. Pazzini sembrava troppo giovane per potersi caricare sulle spalle l’intero attacco gigliato, ci voleva una grande bomber, uno d’esperienza. I viola si sono allora guardati intorno, hanno provato a far tornare sui campi da gioco Gigi Riva e Ciccio Graziani, ma entrambi hanno declinato l’invito perché impegnati in altre cose (il primo con la nazionale, il secondo nel trovare un reality dove esibirsi). E visto che Batistuta si è ritirato per colpa di un ginocchio scricchiolante e che le grandi punte emigrano tutte verso l’estero, Corvino ha deciso di orientarsi su qualcuno che potesse portare grande entusiasmo nella piazza del capoluogo toscano, qualcuno sempre sulla cresta dell’onda, qualcuno che ha il suo nome sempre scritto sui più importanti quotidiani italiani e stranieri, qualcuno che ha fatto parlare e farà ancora parlare di sé, qualcuno che ha fatto tornare la Fiorentina sotto i riflettori: Bobo Vieri. Certo non sarà l’emblema dell’attaccamento alla maglia (ha giocato, tra le altre squadre, con Torino, Juventus, Inter e Milan), non sarà un giocatore che si dedica anima e corpo solo al calcio, ma è pur sempre un grande bomber, un attaccante di razza, colui che porta in dote quello che i tifosi della Fiorentina stanno aspettando con ansia. I goals? No, Melissa Satta.
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God saves the Kings
Chi vince è antipatico.
E’ una delle regole non scritte dello sport.
Era antipatica la Juventus quando vinceva sempre, era antipatico Schumacher per lo stesso motivo (ma probabilmente anche da perdente non sarebbe stato un campione di simpatia).
Anche l’Inter, che fino a qualche anno fa era la squadra che suscitava più simpatia (probabilmente perché suscitava tenerezza e compassione per il fatto di non riuscire a centrare mai un obiettivo) ha seguito la stessa strada nell’anno dei record.
Poi c’è qualcuno che vince, che vince sempre, ma che è amato dai tifosi e stimato e apprezzato dai colleghi.
Il suo nome è Roger Federer, svizzero, vincitore per la quinta volta di Wimbledon e uomo imbattibile del tennis mondiale.
E’ un campione, un campione vero che rispetta gli avversari, che vince perché è inequivocabilmente il più forte.
E così gli avversari si inchinano sul campo e con le parole: Safin nel 2004 aveva detto che c’era più talento in Federer che in tutti gli altri tennisti in attività messi insieme, Bjorkman nel 2006 aveva affermato che era sempre un onore giocare con chi era così vicino alla perfezione.
Persino l’unico che riesce (soprattutto sulla terra) a tenergli testa, Rafael Nadal, ha chiesto scherzando un autografo a Roger.
Federer ha vinto di nuovo, ha battuto nuovamente Nadal nella finale di Wimbledon in 5 set e al termine della partita invece di compiacersi della sua straripante bravura ha avuto parole di stima e di apprezzamento per l’avversario, sostenendo che sta migliorando di giorno in giorno e che sarà un avversario sempre più difficile da battere.
Roger ha raggiunto Borg con cinque vittorie a Wimbledon e l’ex tennista svedese era presente sul campo per fare i complimenti allo svizzero e passargli il testimone.
Ora è lui il campione, un campione pulito che vince senza doping, senza trucchi, senza bisogno di comprare arbitri o avversari.
Inchiniamoci, sta passando il Re.
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Per sognare ancora
18 giugno 2006. Era l’indomani di Italia-Stati Uniti, l’indomani del pareggio che aveva riportato gli azzurri sulla terra, l’indomani dell’espulsione sciagurata di De Rossi che poteva rischiare di compromettere non solo la partita con gli americani, ma tutto il cammino nei mondiali di Germania 2006 dei giocatori allenati da Marcello Lippi. E i tifosi pensavano che sarebbe stata la stessa solfa delle ultime Coppe del Mondo, che ci saremmo qualificati a stento nel girone e che poi avremmo incontrato una Corea qualsiasi che ci avrebbe eliminato, che saremmo tornati a casa delusi, che sarebbe stato esonerato ancora una volta il nostro Ct. Sappiamo tutti invece come è andata, da lì è iniziato il trionfo azzurro, da lì l’Italia ha trovato convinzione e carattere, da lì siamo tornati grandi. E così come in un film ci tornano in mente le immagini di Materazzi che ci permette la qualificazione, di Totti che segna il rigore dell’ultimo minuto contro l’Australia, della vittoria senza storia contro l’Ucraina, della partita al cardiopalma contro la Germania, di Grosso che ci regala la finale e non ci crede neanche lui, di Del Piero che mette il sigillo, dì Zidane che finisce la carriera con un colpo di testa. E poi i rigori, quei rigori che ultimamente ci avevano spesso condannato, quei rigori che ci avevano già visti sconfitti contro la Francia, ma che questa volta si trasformano nel nostro trionfo quando Grosso ci regala la vittoria che tutti sognavamo e dà inizio alla grande festa. Una serata indimenticabile, ancora di più per chi ha avuto la fortuna di godersela al Circo Massimo di Roma, in una bolgia di tifo indiavolato che contagiava chiunque, anche i turisti stranieri che avevano deciso di unirsi alla marea azzurra. Quel giorno l’Italia per un giorno è stata veramente unita sotto l’inno di Mameli, quella sera non c’era più calciopoli, non c’era più Moggi, non c’erano più i veleni del calcio truccato, quella notte eravamo l’Italia, quella notte eravamo i Campioni del Mondo.
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